“Il ciuccio digitale” è il male del secolo. Ogni bimbo lasciato solo con uno schermo accesso subisce una serie di conseguenze che intaccano il suo sviluppo. Certo dipende dall’età del bambino, dal tipo di contenuto, dalle modalità. Ma se rimettiamo al centro l’informazione, possiamo arrivare a gestire la tecnologia senza subirla. E soprattuto possiamo prevenire comportamenti a rischio, per noi e per i nostri piccoli.
Ne parliamo con Sandro Ciufici, psicologo dell’età evolutiva, direttore scientifico del centro Newton di Pescara, specializzato in valutazione e trattamento di neurodivergenze.
Qual è il punto di partenza?
Nessun bambino, che sia neurodivergente o meno, nasce con la capacità di autoregolarsi. Non sa cosa è utile e cosa è dannoso. Di conseguenza non sa neanche quali contenuti sono adatti alla sua età, e quali non lo sono. Tantomeno comprende le logiche degli algoritmi, della pubblicità o della manipolazione dell’attenzione. Queste competenze si costruiscono gradualmente, grazie alla presenza degli adulti.
La corteccia prefrontale che regola gli impulsi matura dopo i 25 anni. Cosa ci aspettiamo da un bimbo? Se prima gli diamo il cellulare per farlo stare buono e quando abbiamo finito le nostre faccende glielo togliamo, non possiamo pretendere che non pianga, urli, protesti.
C’è una formula per arrivare ad un uso sano della tecnologia?
Sì, intanto direi di stare più tempo possibile senza. Poi iniziare a ragionare sull’ipotesi di concederne l’uso, in maniera graduale. Per prevenire dipendenze e un uso improprio. L’obiettivo principale è fare in modo che l’utilizzo di uno schermo non sostituisca altre attività e non vada a bloccare lo sviluppo delle competenze del bambino.
Il 23 luglio a Roma verrà presentata una proposta di legge per regolamentare l’uso dei dispositivi nei primi 1000 giorni di vita, con la senatrice Simona Malpezzi, la Società Italiana di Pediatria e Terre des Hommes.
Il benessere digitale è una roba da ricchi?
No. A fare la differenza non è il portafoglio ma quanto siamo informati. Se conosciamo le conseguenze di una esposizione precoce agli schermi, saremo più inclini a trovare delle alternative. Esistono molte attività che sono ugualmente dopaminergiche, cioè che stimolano il circuito del desiderio e della ricompensa, senza aggiungere le conseguenze dell’uso improprio degli schermi. Anche mangiare un gelato ci fa sviluppare dopamina, per intenderci.

Come fare la lavatrice, cucinare e pulire, con un bimbo piccolo per casa?
Come abbiamo sempre fatto, mi verrebbe da dire! Battute a parte, tutto dipende dall’età del bimbo. Siamo noi a dover proporre delle attività interessanti. Ma ci dobbiamo preparare in anticipo, magari la sera prima, scegliendo un libro-gioco, un podcast, un’attività di manipolazione con oggetti che abbiamo in casa.
Possibili soluzioni ⬇️
- Non dobbiamo per forza comprare il gioco in legno griffato, o il cantastorie innovativo e costoso
- Possiamo mettere un cd con delle fiabe o delle canzoni, vanno bene anche i PODCAST, ce ne sono di mille tipi, anche di scienza o geografia ad esempio.
- Oppure possiamo aprire un albo illustrato, leggere le prime pagine insieme
- O ancora possiamo lanciare una sfida giocosa: dividi queste palline per colore, io carico la lavatrice e quando torno mi fai vedere.
Lo stesso vale per bambini neurodivergenti?
Questi bambini/ragazzi possono incontrare maggiori difficoltà nella gestione degli impulsi, hanno una vulnerabilità maggiore, difficoltà nell’organizzazione del tempo o nella regolazione emotiva. In questi casi è l’adulto, ancora una volta, ad aiutare il bambino a costruire gradualmente quelle competenze che un giorno gli permetteranno di autoregolarsi da solo. L’obiettivo non è evitare la dipendenza dagli schermi da una parte e favorire la dipendenza dall’adulto dall’altra. Sarebbe assurdo. L’obiettivo è accompagnare il bambino verso l’autonomia.

Come la tecnologia può aiutare nelle neurodivergenze?
Per molti bambini e ragazzi neurodivergenti gli strumenti digitali possono rappresentare una straordinaria opportunità. Pensiamo a un ragazzo con dislessia che grazie agli audiolibri riesce finalmente ad accedere ai contenuti senza essere continuamente penalizzato dalla fatica della lettura. Oppure a un bambino con autismo che utilizza strumenti CAA ovvero di comunicazione aumentativa (vedi foto) per esprimere bisogni, emozioni e pensieri che altrimenti rimarrebbero intrappolati dentro di lui. O ancora a un ragazzo con ADHD che trova nelle nuove tecnologie modalità di apprendimento più coinvolgenti e compatibili con il proprio funzionamento cognitivo. In questi casi la tecnologia diventa uno strumento di libertà. Diventa un ponte. Diventa un mezzo che riduce le barriere e aumenta le possibilità.
PAROLA-CHIAVE:
Per neurodivergente si intende una persona il cui cervello funziona (cioè elabora le informazioni, apprende o si comporta) in modo diverso rispetto alla media della popolazione. Parlare di neurodiversità sposta l’attenzione dal “deficit” alla “differenza”. I profili neurodivergenti più comuni sono ADHD, DSA, autismo, plusdotazione cognitiva.