Leader a 10 anni. È troppo presto?

Nella vita, proprio come a scuola, non sempre si trovano i compagni di viaggio perfetti. Quello che possiamo fare è insegnare ai nostri figli ad avere coraggio e provare a fare la differenza. Ecco come.

“Ragazzi, fermiamoci. Siamo confusi e rischiamo di non finire. Decidiamo chi fa cosa e poi ricominciamo?”

È la frase che vorrei restasse dopo l’ennesimo ritornello: “mamma, è inutile, io mi impegno e gli altri non fanno niente. Prenderemo un brutto voto per colpa loro”.

Se anche tu, come me, hai figli alle elementari o alle medie, probabilmente conosci la situazione: se accogliamo lo sfogo, sintonizzandoci sulla loro frustrazione, diamo una sensazione di comprensione ma anche di impotenza. Se invece mettiamo in campo le soft skills, ecco che lo scenario cambia.

È proprio qui, tra i sedili della macchina e la stanchezza di una giornata pesante, che entra in gioco il nostro ruolo più difficile: aiutarli a trasformare l’ostacolo in esperienza.

La vera lezione non è la ricerca di geografia, ma imparare a gestire gli altri e scoprire di saper esercitare la leadership.

Parlare di leadership a nove, dieci, undici anni può sembrare troppo presto, troppo ambizioso. Eppure è proprio dalla delusione di un lavoro di gruppo che non sta andando per il meglio che possiamo coltivare il coraggio di guidare.

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Foto di archivio © Canva Edu

Guidare non significa dare ordini, ma mettersi in gioco davanti ai compagni, rischiare di sembrare “quelli che sanno tutto” pur di non veder naufragare un buon risultato. Insegnare questo coraggio significa aiutare i nostri ragazzi a cambiare prospettiva su chi tiene in mano la direzione della loro vita.

SMETTERE DI ASPETTARE GLI ALTRI

La prima teoria che ci viene in aiuto è il Locus of Control, elaborata dallo psicologo americano Julian Rotter. Il contesto di riferimento è quello dell’apprendimento sociale e la sua teoria risponde alla domanda: “Chi controlla gli eventi della mia vita?”.

C’è il Locus Esterno quando crediamo che i nostri risultati dipendano da fattori fuori dal nostro controllo (la sfortuna, i compagni pigri, un professore che “ce l’ha con noi”). La sensazione è quella di subire: “Il progetto fallisce perché gli altri non si impegnano”.

E poi c’è il Locus Interno, cioè la convinzione che i risultati dipendano dalle nostre azioni. E si accende la scintilla: “Il gruppo è fermo. Cosa posso fare io per cambiare la situazione?”.

Spiegare ai nostri figli che la colpa non è “sempre degli altri” significa dargli un grande potere: smettere di subire e iniziare ad agire.

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Foto di archivio © Canva Edu

IL SEGRETO DELL’AGENCY

Perché questo potere si attivi davvero serve un secondo ingrediente: la growth mindset (la mentalità di crescita) della psicologa americana Carol Dweck che ritroviamo in italiano nel libro Mindset: Cambiare forma mentis per raggiungere il successo (del 2006).

Qui abbiamo la risposta a un’altra domanda fondamentale: “Ho gli strumenti per farcela?”.

Ecco che l’agency (o l’agire intenzionale) diventa “Dipende da me (Locus Interno) e anche se è difficile, posso imparare a farlo (Growth Mindset), quindi agisco”. Senza questo equilibrio rischiamo figli ansiosi (che sentono la responsabilità ma non si reputano all’altezza) oppure disimpegnati, se sanno cosa fare ma pensano che tanto cambi poco.

LEADER NON SIGNIFICA CAPETTO

In certe fasi della vita, il timore più grande è risultare “antipatica” o passare per il “capetto” della situazione. Aiutiamoli a capire qual è la differenza:

  • Il capetto impone la sua volontà per sentirsi superiore. 
  • Il leader si prende cura del risultato e della squadra.

Farsi avanti perché il gruppo è bloccato non è arroganza, ma senso di responsabilità verso il successo comune, è leadership situazionale, significa pensare: “ho le competenze per fare questa cosa e le metto a disposizione di tutti”.

TRE FRASI APRI-DIALOGO

Dopo che tuo figlio ti parla di un problema con i suoi compagni, proviamo a spostare il focu. Non diamo soluzioni.

Chiediamogli: “Domani mattina, quale regola o divisione dei compiti potresti proporre per sbloccare la situazione?”

Insegniamo il linguaggio dell’autorevolezza con frasi che uniscano fermezza e gentilezza. Ecco alcuni esempi:

📌 Quando un compagno sparisce: “Per fare un bel lavoro abbiamo bisogno del contributo di tutti. Te la senti di fare la parte X entro domani, o preferisci la parte Y?”
→ Offre autonomia, ma fissa una scadenza.

📌 Quando c’è un “capetto”: “La tua idea è interessante, ma vorrei sentire anche gli altri prima di decidere. Magari unendo le idee viene fuori qualcosa di meglio!”
→ Assertività senza scontro.

📌 Quando tuo figlio si sente schiacciato: “Io ho completato la mia parte. Se vogliamo consegnare in tempo, ora serve che ognuno inserisca i suoi contenuti.”
→ Protegge il proprio impegno e richiama gli altri alle loro responsabilità.


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