Piselli verdi, caffè nero e il nostro sguardo

Come affiancare i bambini nei primissimi anni di vita, senza intervenire, troppo spesso o troppo presto.

C’è una scena che si ripete nella vita quotidiana con i bambini. È quel momento di vuoto, di pausa, di attesa. Che arriva sempre, prima o poi, nelle tante ore passate al nido (o a casa).

E subito si porta dietro un pensiero: “Devo inventarmi qualcosa.” Un gioco, un’attività, uno stimolo. Qualcosa che li tenga occupati.

Ma siamo sicuri che i bambini abbiano davvero bisogno di essere sempre intrattenuti?

Il bambino di uno, due, tre anni non cerca continuamente proposte. Cerca il nostro sguardo. E il suo spazio. Uno spazio per muoversi, osservare, ripetere, sbagliare. Uno spazio per entrare in relazione con ciò che lo circonda, senza che tutto sia già organizzato da qualcun altro.

Eppure, come adulti, facciamo fatica a stare in questi momenti. Il vuoto ci mette a disagio. L’idea che un bambino possa annoiarsi ci attiva subito. E allora interveniamo. Proponiamo, anticipiamo, riempiamo. Con le migliori intenzioni, certo. Ma spesso togliendo ai bambini qualcosa di prezioso.

Qualche settimana fa, in uno dei nostri nidi, un bimbo, di poco meno di due anni, ha trascorso quasi venti minuti davanti ad una cesta con cucchiai di legno, tappi di metallo e piccoli contenitori.

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Una collega giovane mi ha guardata come per dire: “E adesso?” Non stava succedendo niente. O almeno, così sembrava. Il bambino prendeva un cucchiaio, lo appoggiava, lo lasciava cadere. Poi lo riprendeva. Lo infilava in un contenitore. Lo toglieva. E ricominciava. Più volte.

Dopo qualche minuto mi sono limitata a sussurrare: “Guarda meglio.” Dopo altri dieci minuti quel bambino aveva costruito da solo una piccola sequenza, una sua logica, una sua ricerca.

Non stava semplicemente giocando. Stava costruendo pensiero.

Restituire tempo e qualità dell’esperienza ai bambini non è un elemento trascurabile. È responsabilità educativa.

Nei primi anni di vita, i bambini strutturano il proprio sviluppo cognitivo ed emotivo attraverso l’azione concreta: toccano, osservano, trasformano, ripetono i gesti. Così costruiscono le prime relazioni causa-effetto, sviluppano attenzione, concentrazione e organizzazione del pensiero.

L’adulto, allora, non si trova a dover proporre continuamente, perché ha già progettato contesti capaci di generare ricerca, limitandosi a sostenere i processi in atto. È all’interno di questa cornice che prende forma un apprendimento solido, autentico, profondamente radicato nell’esperienza reale.

Loris Malaguzzi ci ha insegnato che il bambino possiede cento linguaggi. Per ascoltarli, però, noi adulti dobbiamo imparare, a volte, a fare meno. Questo non significa lasciare i bambini da soli. Significa esserci in modo diverso.

Essere presenti come qualcuno che osserva, sostiene, accoglie. È una postura educativa che richiede fiducia. E anche un po’ di coraggio.

Perché, a volte, fare un passo indietro è molto più difficile che intervenire. Eppure è proprio lì che il bambino sente: “Posso farcela.”

E allora la domanda cambia. Non più: “Come posso intrattenerlo?” Ma: “Cosa succede se mi fermo e osservo?”

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LA MAGIA DEGLI OGGETTI SEMPLICI

  • Prendi contenitori, cucchiai, stoffe, scatole
  • Disponili su un tappeto
  • Lascia che sia il bambino a decidere come usarli

PISELLI VERDI E CHICCI DI CAFFÈ

  • Prepara una bustina trasparente con piselli secchi, pasta corta e chicchi di caffè
  • Lascia che il bimbo osservi, tocchi, ascolti, scuota, confronti
  • Se nasce interesse, potrai aprire la busta e osservare cosa fà: separa, mescola, riempie, svuota?

Non guidare troppo. Guarda.

Il bambino, nei suoi primi anni di vita, impara sperimentando; l’adulto, nei suoi primi anni da genitore, impara osservando. Scopriremo che i bambini non hanno bisogno di essere continuamente stimolati. Hanno bisogno di essere visti. E quando si sentono visti, trovano da soli il modo di esserci.

Ripetiamoci: non devo migliorare il suo gioco. Devo capirlo.

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