“Maneggiare con cura”. L’appello di Marisa Marraffino.

Nel suo nuovo libro, Senza Consenso, edito da Zolfo, l’avvocata ripercorre 20 anni di tribunali, partendo da storie vere di diseducazione digitale e mancanza di dialogo. La soluzione è una call to action che ci riguarda tutti.

Relazioni familiari, giustizia e social. Un mix esplosivo che può portare ad una e mille rinascite, se trattato con delicatezza e competenza. Ma bisogna avere la fortuna di incontrare l’avvocata Marisa Marraffino che dalla sua ha una preparazione impeccabile, tanta empatia e la voglia di fare ancora questo lavoro, che vive come una responsabilità.

Nell’intervista che ha rilasciato ad Infokids fa il punto su un tema tanto attuale: l’intreccio tra la mancanza di dialogo in famiglia e le insidie dei social.

Partiamo da qui: che significa lavorare con i minori che hanno compiuto un reato?
“Ogni processo è complesso, ma quelli minorili hanno una caratteristica in più. I ragazzi sono persone che a livello fisico, ormonale e psicologico sono in continuo cambiamento. Questo è emotivamente più impegnativo per noi professionisti e anche per loro”.

Ma rappresenta anche una risorsa?
Si, perché l’essere in età evolutiva ci offre più margine di manovra, ci permette di essere incisivi e ridisegnare un futuro. Per questo bisogna maneggiare con cura ogni caso. Quando un processo minorile arriva ad una messa alla prova ben fatta (cioè quando si sospende il processo per iniziare un percorso di rieducazione molto pratico), è un punto di orgoglio per tutti quelli che hanno seguito il caso. La giustizia ha vinto.

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Marisa Marraffino presenta Senza Consenso con l’editore Calogero “Lillo” Garlisi © Zolfo

Qual è l’aspetto più difficile del tuo lavoro?
“Non sono le storie con le quali mi confronto, ma gestire la crisi familiare che si innesca con la notifica del primo atto giudiziario. I genitori si presentano con i figli, accusati di vari reati e spesso si arriva a negare l’evidenza, come se ammettere di aver sbagliato fosse una responsabilità troppo grande da sostenere, anche per loro.

La reazione spesso è: “la vittima se l’è andata a cercare”. Ma questo ha un nome ben preciso, è culpa in educando.

“Un ragazzo beccato a compiere un reato digitale – riprende l’avvocata – che sia ravenge porn, cyberbullismo o diffamazione a mezzo social, ha bisogno di una guida che gli dica che non va bene. Non possiamo sminuire quello che ha fatto. Bisogna portarlo a riconoscere le proprie responsabilità. Solo da qui possiamo sperare nel cambiamento”.

“È un privilegio aiutare qualcuno a crescere. E quando ricorderà dell’inciampo vissuto, vorrei lo facesse con orgoglio. Che si ricordasse di quella volta in cui ha sbagliato ma poi è diventato grande. Che fatica, ma che bel viaggio”.
Marisa Marraffino

Qual è, secondo te, il punto di partenza?
Dobbiamo rimettere il dialogo al centro delle famiglie. Tra i tanti casi che ho seguito, ricordo quello di un ragazzo che si spegneva le sigarette addosso. Per arrivare a quel punto, ci deve essere stato un disagio crescente che non è stato intercettato prima. Quando arrivò da me perché aveva commesso un reato, che era anche grave, la sensazione che ebbi è che il processo lo avesse quasi liberato da un peso. Come se finalmente fosse stato visto.   

Gli smartphone e la tecnologia, sono la causa o la conseguenza dei tanti reati di cui parli nel libro?
Gli smartphone e i social hanno amplificato il problema, non l’hanno creato. Hanno riempito un vuoto, che è quello che abbiamo lasciato noi adulti non trovando più il tempo di parlare con i nostri figli, riempiendoli di attività ogni pomeriggio (piscina, inglese, karatè, calcio, ecc…) togliendo però tempo prezioso allo stare insieme. Non è un caso che gli adolescenti, ma anche i più giovani, chiedano ormai ogni genere di consiglio a ChatGpt.

SERVE UNA CALL TO ACTION COLLETTIVA?
Sì, certo! Non possiamo avere i paraocchi,dobbiamo poterci informare e essere preparati, soprattutto per prevenire certe condotte, che potrebbero essere evitabili con la giusta informazione ed educazione.

  • Andiamo nelle scuole, dico ai miei colleghi, a parlare ai ragazzi dei reati informatici, della loro imputabilità, che scatta a 14 anni e non a 18.
  • Ospitate più spesso professionisti, chiedo ai dirigenti e alle dirigenti scolastiche. Investite sulla formazione dei vostri ragazzi e ragazze con corsi di aggiornamento costanti.
  • Finanziate occasioni di incontro chiedo anche alle aziende.

Ecco che in poco più di 200 pagine, Marisa Marrafino passa dagli algoritmi alle fragilità contemporanee alle conseguenze legali, facendo emergere un punto chiave: il ribaltamento dei ruoli: dove è finito l’adulto? Quando le famiglie e le scuole non funzionano più, arrivano i tribunali.

Per questo è importante fare prevenzione, a cominciare dall’educazione al digitale per i piccolissimi, informando i genitori su come usare gli schermi e quali sono le alternative.

“È importante non avere argomenti tabù: parliamo di sessualità e affettività. Sono argomenti che spesso entrano in gioco nei reati digitali più frequenti, dalla condivisione illecita di contenuti intimi alle molestie on line”. 
Marisa Marraffino

E allora una prima risposta alla call to action lanciata dall’avvocata potrebbe essere: diamo spazio ai giovani e alle loro domande, alle loro passioni, alle loro idee, diventiamo la voce che gli sussurra “puoi farcela”. 

Marisa Marraffino, avvocata dal 2005, ha un dottorato di ricerca in diritto e procedura penale. Dalla nascita dei social network si occupa di reati informatici, privacy e diritto minorile. Ha assistito donne e uomini vittime di estorsioni online, diffusioni illecite di contenuti intimi, accessi abusivi e atti persecutori alimentati dal controllo virtuale. Dal 2013 fa parte del primo sportello del Tribunale di Milano dedicato alla tutela delle vittime di reati informatici e tiene regolarmente lezioni e incontri pubblici per promuovere la consapevolezza digitale. È autrice di varie pubblicazioni su questi temi, che tratta da anni anche sulle pagine de Il Sole 24 Ore.

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