Verso una nuova genitorialità (con o senza lupo cattivo)

Ilaria Filograsso, docente universitaria di Storia della Letteratura per l'Infanzia illustra il passaggio dalla Pedagogia nera alle forme educative attuali, soffermandosi sull'importanza degli albi illustrati.

Oggi il termine bambino non è più in netta opposizione al termine adulto. La nuova genitorialità è quella in cui proprio l’adulto sa di non essere infallibile e punta sulla relazione con i più piccoli, sulla reciprocità. L’adulto impartisce le regole del vivere insieme, ma allo stesso tempo ascolta il bimbo e lo affianca nei suoi desideri di indipendenza. 

In questo processo, che rappresenta un cambiamento epocale, gioca un ruolo chiave la Letteratura per l’Infanzia. “È uno strumento potente che unisce la famiglia e insegna a farsi domande” afferma Ilaria Filograsso, docente universitaria alla D’Annunzio di Chieti-Pescara (facoltà di Lettere). 

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“La Letteratura per l’infanzia apre le porte a qualcosa di avventuroso e libero per definizione. È come un bosco misterioso, buio, ma che ti permette di esplorare il tempo e lo spazio e, in questo modo, scoprire te stesso. È un luogo di iniziazione”.

E c’è una bella differenza con quella che per prima Katharina Rutschky negli anni ‘70 definì Pedagogia nera. L’obiettivo della sociologa tedesca era proprio smontare la convinzione che l’ educazione moderna fosse innocente e benevola. Secondo lei, molte forme di educazione borghese erano in realtà coercitive, moraliste e distruttive per il bambino. Puntavano alla formazione di adulti disciplinati e asserviti, utili alla classe sociale.

“Anche se non è più così radicato il modello educativo autoritario, troviamo ancora dei lasciti del modello repressivo. In questo senso – riprende la Filograsso – una delle trappole dei nostri giorni è cercare il super-bimbo. Chiedere al bimbo di diventare quello che non è, adultizzarlo, caricarlo di aspettative e renderlo corrispondente al pensiero omologato attuale”.

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Immagine di archivio © Julia Dondaldson/Axel Scheffler

Un valido antidoto è insegnare ai bambini a prendere confidenza con le proprie emozioni:
“La letteratura per l’infanzia non deve diventare un’esperienza convergente, ma mettere davanti alle proprie emozioni, che poi sono qualcosa di universale, senza diventare didascalica. Conoscere e riconoscere le emozioni ci permette di orientarci nel mondo, in maniera critica e autonoma. Un albo illustrato è letteratura quando genera un’esperienza estetica significativa e non finisce laddove finisce la lettura o il compitino scolastico”. 

E allora, come riconoscere l’albo illustrato giusto da riportare a casa?
“Una buona lettura è quella che sa essere spiazzante e problematizzante. Accende un ragionamento o un confronto con quello che siamo e non siamo, lasciando una traccia. Non dobbiamo accontentarci di quello che già sappiamo. Ma imparare – e poi insegnarlo ai più piccoli – a porci delle domande. Questa è la base per un pensiero critico, plurale, rispettoso”. 

Cosa può fare un genitore/adulto di riferimento se non sa orientarsi tra le mille proposte delle case editrici?
“Provarci. Chiedere consiglio ad un libraio specializzato o in biblioteca. E cercare, ad esempio, la guida di Nati per Leggere (c’è anche una guida interattiva consultabile online) che contiene una selezione molto accurata di titoli divisi indicativamente per età e tematiche. LA TROVI QUI
Il primo passo fondamentale comunque, resta capire che possiamo andare oltre la morale e l’insegnamento, puntando sul valore della scoperta”.

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Una curiosità: perché oggi si trovano in commercio fiabe edulcorate senza più streghe, orchi e lupi cattivi?
“Nella fiaba di tradizione orale la paura è un ingrediente essenziale e ha un ruolo catartico e pedagogico importante, per adulti e bambini. La fiaba letteraria poi, soprattutto con i fratelli Grimm, è diventata uno strumento pedagogico in mano alla borghesia. Era utilizzato per veicolare valori e norme di comportamento, in risposta al credo che il bambino andasse addomesticato. Doveva passare da selvaggio a piccolo borghese. E il cattivo, nelle fiabe, serviva a far capire che c’era una punizione paurosa per chi disubbidiva. Oggi invece, in molte riscritture di fiabe classiche, si tende a censurare la paura, che il bambino ha in realtà bisogno di sperimentare, in particolare nello spazio protetto delle storie, per crescere e scoprire se stesso. Questa censura è dettata da una paura nostra, dell’adulto, che preferisce scegliere quello che lo rassicura”.

Per una accurata bibliografia e riferimenti scientifici sul tema si veda il testo Bambini in trappola (di Ilaria Filograsso, Franco Angeli Editore, collana Linee).

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