Medicina, spiritualità e narrativa per cercare nuove risposte.

Italiana da anni a Londra, Valeria Ricotti firma Il Ponte Vermiglio, romanzo d'esordio ispirato alla sua esperienza. Dopo anni di ricerca scientifica, la scrittura apre nuovi scenari per trattare i temi del dolore, della speranza e della cura.

Quando la medicina occidentale incontra i suoi limiti, nascono domande che ci portano verso la metafisica. Il Ponte Vermiglio, fresco di pubblicazione per la Shironeko (casa editrice fondata dall’autrice stessa, in giapponese significa gatto bianco) è il romanzo d’esordio di Valeria Ricotti, neurologa pediatrica e imprenditrice biotech con la creatività nel Dna.

Ricotti parte dal rapporto tra scienza e spiritualità per condurci su un’isola remota. Qui, scienziati visionari e pratiche filosofiche si intrecciano attorno ad Andreas, protagonista del libro, biologo quarantenne in piena crisi professionale e personale.

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Dopo anni di ricerca su malattie neurodegenerative e tecnologie avanzate, Ricotti sceglie la narrativa per declinare il tema della cura in un modo più profondo: un luogo dove evidenze scientifiche e visione olistica possano dialogare. Il racconto, intenso e simbolico, affronta dubbi, passati dolorosi e un fallimento imminente. L’incontro del protagonista con Carol, donna di fascino e carisma, lo spingerà a seguirla in un viaggio che potrà trasformarlo, portandolo a riscoprire chi è davvero.

Originaria dell’Aquila e oggi residente nel Regni Unito, Valeria Ricotti ha costruito una carriera internazionale nel campo della neurologia pediatrica, delle terapie geniche e dell’intelligenza artificiale applicata alla medicina. Fondatrice di due startup biotech, ha pubblicato ricerche su riviste di prestigio come Nature Medicine, portando innovazioni che spaziano dalla diagnosi precoce alle tecnologie immersive ispirate al cinema. A marzo è stata premiata al Senato con il riconoscimento “Storie di italiane eccellenti” per il suo contributo scientifico e umano.

L’INTERVISTA:

Nel romanzo si percepisce una tensione costante tra scienza e spiritualità, in particolare nella storia della figlia di Carol, che sembra sospesa tra cure convenzionali e approcci alternativi. Quanto della tua esperienza in neurologia pediatrica ha influenzato questo snodo narrativo?

Nel mio lavoro ho assistito famiglie sospese tra il dolore e la speranza, spesso con bambini affetti da malattie neurodegenerative incurabili, in cui solo le terapie sperimentali offrono un tenue barlume di possibilità di cambiare il decorso della malattia. Sono situazioni in cui non si può rimanere impassibili: ci si ritrova a porsi domande esistenziali profonde, sul senso della sofferenza, soprattutto nei bambini, e su cosa significhino davvero malattia e guarigione. Emerge il bisogno di andare oltre la scienza.

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L’autrice con il suo romanzo © foto d’archivio

Da medico abituato alla medicina basata sull’evidenza, quanto ti è stato difficile “lasciarsi andare” nella scrittura verso forme di cura che non appartengono al paradigma occidentale?

Il linguaggio scientifico è uno dei tanti registri linguistici che descrivono la realtà. Al suo interno esistono persino sub-linguaggi: basta pensare a quante discipline scientifiche, ognuna con il proprio vocabolario, cercano di raccontare i fenomeni che osservano. Ma il linguaggio scientifico, per quanto potente, non è esaustivo nel descrivere la realtà, almeno non ancora. Di sicuro divento molto critica nei confronti dei cialtroni e di chi si improvvisa.

La realtà è fatta di molte dimensioni e sfaccettature, che possono essere colte.
Per me, la cura, come il benessere, possono e devono essere approcciati da più angolazioni, che si completano a vicenda: un approccio non esclude l’altro.

Carol, la ricercatrice, si trova a mettere in discussione il sapere scientifico davanti alla malattia della figlia. È qualcosa che ti è capitato di osservare nella tua pratica clinica, magari nei genitori di piccoli pazienti in situazioni critiche?

Certo, ne ho incontrati molti. In quei casi bisogna avere pazienza e capire che una delle sofferenze più grandi, se non la più grande in assoluto, è quando un figlio, o una persona carissima, sta male. A volte, si diventa disperati, aggressivi, la rabbia scorre nelle vene, si percepisce incapacità in chi dovrebbe prendersi cura, e si proietta sui medici il proprio senso di impotenza. Succede, e noi medici lo sappiamo bene. Quando la malattia di un bambino sembra superare le possibilità della medicina, è naturale che i genitori cerchino risposte altrove. Come medico, ho sempre cercato di non giudicare, ma di ascoltare: perché dietro a ogni scelta c’è una storia, un bisogno, una speranza.

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la dottoressa e scrittrice Valeria Ricotti ©

In che modo l’incontro con culture diverse – come quella “esotica” evocata nel libro – ti ha aiutato a guardare con occhi nuovi la medicina e il concetto stesso di “cura”?

Moltissimo. Ho iniziato a interessarmi e a studiare terapie complementari già quando ero all’università di Medicina. Ho studiato in Irlanda, in un ateneo internazionale con studenti provenienti da oltre cinquanta Paesi: un ambiente che mi ha messo a contatto quotidiano con culture, credenze e filosofie molto diversi tra loro. L’Irlanda stessa è una terra intrisa di misticismo, con radici profondamente celtiche, dove il rapporto con la natura e con il simbolico è ancora vivo. Ho capito presto che la cura richiede un approccio olistico e, mentre mi laureavo in medicina con il massimo dei voti, in parallelo sono diventata Reiki Master.

Nel mondo della neurologia pediatrica e delle malattie rare, che impatto hanno oggi le cosiddette “terapie alternative”? Esiste un modo costruttivo per integrare questi approcci senza cadere nell’anti-scientifico?

Le terapie complementari possono avere un impatto su tutte le malattie e sul mantenimento del benessere. Diventare consapevoli di sé e del proprio corpo è il primo passo verso una presa di coscienza più profonda. Le malattie neurodegenerative, soprattutto nei bambini, restano per me tra le diagnosi più atroci che possano essere comunicate a un genitore. È proprio questo che mi ha spinto, prima nella ricerca accademica e poi nel settore privato, a cercare di arrivare alla radice del problema biologico: capirlo per poter intervenire. Oggi, grazie alle biotecnologie e alle tecnologie mediche, possiamo aspirare a una medicina personalizzata, capace di agire sulle cause e non solo sui sintomi. Mi immagino un futuro in cui terapie geniche, intelligenza artificiale e machine learning possano andare di pari passo con una visione più “spirituale” e persino metafisica del nostro corpo: un approccio integrato che unisca il meglio della scienza e della consapevolezza umana.

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Valeria Ricotti ©

Il romanzo accenna, senza mai esplicitarla del tutto, a una “medicina dell’anima” che non esclude quella del corpo. È un messaggio che senti mancare oggi nella pratica ospedaliera e nella comunicazione medico-paziente, specie con le famiglie dei bambini?

Ho avuto la fortuna di lavorare con colleghi estremamente sensibili, sia a Dublino che a Londra, e nutro grande stima anche per i miei colleghi italiani con cui collaboro da decenni. Ma la scuola di medicina occidentale non parla di “anima”, perché l’anima non si misura e non si vede con nessuno strumento tecnologico. Nel mio caso, neppure uso spesso la parola “anima”, perché rischierei di essere fraintesa come religiosa: per me si tratta piuttosto della consapevolezza che risiede nel corpo, in realtà in ogni singola cellula. Il concetto che mi sta a cuore è proprio questo.

Pensa che scrivere narrativa possa essere una forma di “cura” anche per chi, come lei, ha lavorato a stretto contatto con il dolore, la speranza e i limiti della medicina pediatrica?

Ogni forma d’arte è una terapia. Per me lo è la scrittura — anche perché sono pessima nel disegno e stonata come una campana. Dipingo con le parole. Racconto storie per spiegare, prima di tutto a me stessa, emozioni e fenomeni che vivo; per metabolizzare quello tsunami di sofferenza che mi trovo a incontrare quotidianamente. E poi per immaginare nuove realtà, nuovi modi di vivere: l’evoluzione di un genere umano radicato più nella gentilezza e nell’altruismo che nell’aggressione. La narrazione può aprire scenari che ampliano la nostra consapevolezza collettiva. Ecco, per me la scrittura è questo: uno strumento per guarire, sognare e trasformare.

Qui per saperne di più e scoprire il booktrailer!

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