Il tema dell’identità di genere divide, senza dubbio. È un argomento che fa parlare e sparlare. L’aspetto innegabile è che è un tema che merita attenzione e rispetto. Di cosa si tratta? Del riconoscersi in un un determinato genere (uomo, donna, entrambi, nessuno o altro) e nell’accettare che non sempre esso coincide con il sesso assegnato alla nascita.
Per ridurre il rischio di discriminazioni, episodi di bullismo e disagi emotivi nasce la carriera alias, uno strumento adottato in alcune scuole e università italiane. È un protocollo che consente di utilizzare, nei documenti interni all’istituto (come registri, elenchi e verbali), un nome e un genere diversi da quelli anagrafici (si chiamano nomi d’elezione), in attesa di un eventuale percorso legale di rettifica.

Matteo Grimaldi, maestro-scrittore e viceversa (come si legge sul suo sito personale matteogrimaldi.com) è “curioso testardo e sognatore”, parole sue! Vive a Firenze e insegna ai bambini della scuola primaria.
Ha dedicato ad un tema-tabù un intero romanzo, intitolato Alias (Giunti Editore). I protagonisti sono Chloe, Gea, Ian e Pietro e l’acqua è l’elemento che unisce le loro storie. Nel giro di sette domande e risposte condivide riflessioni, stimoli ed esperienze.
L’INTERVISTA
Alias è un romanzo basato su una storia vera? A chi si rivolge e con quale obiettivo?
Alias nasce da incontri reali, da storie vere che mi sono state affidate da quattro giovani che ho avuto la fortuna di conoscere. Mi hanno raccontato le loro difficoltà quotidiane e nella finzione narrativa, ho immaginato che questi quattro ragazzi e ragazze si incontrassero, creando un romanzo corale, basato su emozioni autentiche.
Il libro si rivolge a tutti e tutte: giovani, adulti, insegnanti, genitori. Non ha la pretesa di insegnare nulla, ma il desiderio sincero di raccontare. Se riesce ad accendere anche solo una piccola luce di consapevolezza o a generare una riflessione, allora ha già fatto il suo lavoro.
In alcuni punti Alias è davvero molto duro. Spaventa ricordarsi, mentre si legge, che a volte è davvero così. Che ne pensi?
L’adolescenza è una delle fasi più dure della vita, anche se da adulti tendiamo a dimenticarlo. Ci convinciamo che le vere difficoltà inizino dopo, nel mondo del lavoro, nella fatica quotidiana. Ma quei tumulti interiori che si vivono a 14 anni, quella tempesta di emozioni che esplodono senza filtri – nel bene e nel male – sono reali e profondissime.
Si può essere davvero disperati a quell’età, perdere la fiducia che esista una soluzione, un’uscita possibile. Ed è proprio lì che diventa fondamentale trovare qualcuno: un’anima affine in cui riconoscersi, oppure una figura adulta a cui affidarsi, capace di ascoltare senza giudicare. I protagonisti di Alias si muovono dentro questo scenario. Alcuni portano addosso il dolore in modo visibile, altri lo tengono nascosto dietro una corazza. Ma quando si incontrano, qualcosa cambia. Perché riconoscersi in un altro essere umano è una delle esperienze più potenti e salvifiche che si possano vivere.

Quanto la scuola può fare la differenza in una situazione di giudizio/bullismo/violenza?
È responsabilità della scuola garantire un ambiente sicuro in cui ogni studentessa e ogni studente possa sentirsi accolto, rispettato, protetto. La scuola deve essere un luogo in cui si cresce non solo culturalmente, ma anche come persone. Ed è proprio in quest’ottica che nasce la Carriera Alias: uno strumento concreto che permette agli studenti e alle studentesse transgender di essere riconosciuti con il proprio nome di elezione, anche se diverso da quello anagrafico. Questo nome compare sul registro elettronico, sulle verifiche, nei documenti scolastici interni. Si tratta di un gesto semplice ma fondamentale, perché riconosce l’identità profonda di chi ogni giorno deve affrontare sguardi giudicanti, spesso ostili, non solo da parte dei coetanei ma, purtroppo, a volte anche da parte degli adulti. Come accade a Gea nel romanzo.
Cosa secondo te c’è di profondamente sbagliato nell’approccio all’identità di genere?
Il problema più grande è il giudizio. Abbiamo la tendenza a voler decidere cosa sia giusto o sbagliato per gli altri, anche quando quelle scelte riguardano la loro vita, non la nostra.
Dovremmo ricordarci, ogni volta che incontriamo qualcuno, che non conosciamo il cammino che ha percorso, né le fatiche, le paure, le lotte che ha dovuto affrontare per arrivare dov’è. Imparare ad ascoltare senza pretendere di capire tutto, ad accogliere in silenzio, facendo un passo indietro. Questo è il vero atto di rispetto.
Nel romanzo, i miei personaggi scoprono proprio questo: che se si riesce a guardare oltre l’apparenza, oltre le categorie, ci si può sentire davvero vicini. E trovare qualcuno con cui sentirsi “insieme”, nel profondo, è una delle fortune più grandi che ci possano capitare.

Sembra che debba essere sempre il singolo prof, quello più sensibile/coraggioso/alternativo a prendere una decisione che poi resta come esempio. Quando secondo te si arriverà ad una “normalizzazione” della situazione da parte della comunità educante?
L’insegnante ogni giorno, dentro e fuori dall’aula, è chiamato a fare scelte. E lo dico da insegnante: uno dei più grandi insegnamenti che possiamo trasmettere ai nostri studenti e studentesse, fin da piccoli, è proprio il valore della scelta. Non quella dettata dal conformismo, ma quella autentica, sentita, anche scomoda. Scegliere di essere se stessi, scegliere di difendere un compagno, scegliere di non tacere. Perfino una scelta che col tempo si rivelerà sbagliata può insegnare più di una vita intera passata a restare neutrali. Perché non sono gli spettatori a cambiare le cose, ma chi ha il coraggio di intervenire, di esporsi.
Credo che la normalizzazione arriverà quando tutta la comunità educante — non solo i singoli “prof coraggiosi” — si assumerà la responsabilità di educare all’umanità. E quando quel sentimento di umanità diventerà parte della nostra quotidianità, non ci sarà più bisogno di parlarne come fosse un’eccezione. Sarà la norma. Come dovrebbe essere.
Finalmente, dopo decenni di pedagogia nera, si sta lavorando molto sulle emozioni (laboratori, albi illustrati, attività scolastiche ed extra curriculari…). Ma in molte scuole dell’infanzia fanno ancora indossare i grembiuli rosa e azzurri, per dirne una…
Sono fiducioso nel futuro, perché vedo segnali di cambiamento nella formazione degli insegnanti a partire da infanzia e primaria. Si sta finalmente andando oltre l’approccio puramente trasmissivo per dare spazio a una didattica che pone al centro la persona, il rispetto dei diritti, l’inclusività, la libertà di espressione. E questo è un cambiamento importante, perché proprio nei primi anni di vita si costruiscono gli sguardi che i bambini avranno su sé stessi e sul mondo. Per questo, credo che il futuro dell’educazione non potrà più essere distinto fra rosa e azzurro. Il futuro, se vogliamo costruirlo insieme, dovrà parlare la lingua dell’inclusione, della parità di genere, del riconoscimento delle individualità. E dobbiamo lavorarci ogni giorno, tutti: educatori, famiglie, istituzioni. Nessuno escluso.

Una delle più recenti presentazione di Alias, a L’Aquila
Quale esperienza hai vissuto, particolarmente toccante, grazie al tuo romanzo?
Una delle cose più belle che mi siano mai capitate è stato l’incontro con una madre che mi ha ringraziato, raccontandomi di aver letto Alias ad alta voce con suo figlio. È stata l’occasione per aprire un dialogo su temi come l’identità di genere, l’orientamento sessuale, il bullismo e il benessere a scuola; argomenti che, altrimenti, non avrebbero trovato spazio. Credo e spero davvero che Alias possa diventare uno strumento prezioso di confronto, sia in classe che in famiglia. Un ponte tra adulti e ragazzi, tra chi ha già una consapevolezza della propria identità e chi sta ancora cercando di capirla, tra chi ha sempre avuto parole e chi invece ha dovuto inventarsele.