“I miei genitori fecero una scelta che non ho mai contestato”. Dacia Maraini deportata a sette anni.

La scrittrice ricorda quando fu prigioniera: c'era la Seconda Guerra Mondiale, era una bambina. In dialogo con gli studenti, in occasione di un incontro per L'Aquila Capitale della Cultura, Maraini batte sul valore della memoria, della resistenza e della democrazia.

“Cosa pensava stesse accadendo quando è stata deportata in Giappone, in un campo di concentramento?” La domanda arriva da Selvaggia, teenager, durante un incontro con gli studenti che la scrittrice Dacia Maraini (Premio Strega e Premio Campiello, tra gli altri) ha tenuto pochi giorni fa nel capoluogo abruzzese.

Maraini ascolta, ricorda e poi racconta. Dice che capiva poco. La famiglia era stata internata dopo il rifiuto dei genitori di aderire alla Repubblica di Salò. Era il 1943. Ma ricorda bene la fame, la fatica, la paura. Il senso di quella scelta lo avrebbe compreso più tardi.

“Ho capito con gli anni che i miei genitori avevano fatto una scelta che non ho mai contestato, anche se potevamo morire”.

In sala si crea un silenzio attento. Poi il dialogo riparte. A collegare passato e presente è una nuova domanda, questa volta di Ilaria. “Cosa significa resistere attraverso le parole?” è chiaro il rimando al libro Una rivoluzione gentile.

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Cover di Una rivoluzione gentile © Rizzoli

Maraini risponde senza giri di parole: “Il tempo che stiamo vivendo è difficile. Viviamo una fase in cui forza e ricchezza stanno prevalendo sulla democrazia“. Nel suo ragionamento entra anche l’Iran, citato come esempio della repressione contro chi protesta. Il riferimento va soprattutto alle donne. “Una che si toglie il velo rischia la vita”.

La scrittrice insiste su un punto: “quando una protesta resta isolata viene facilmente schiacciata. Quando diventa collettiva qualcosa cambia. Il discorso si allarga al presente internazionale. Le guerre, osserva, non restano mai davvero lontane. Anche l’Europa e l’Italia fanno parte di equilibri fragili”.

“Sembra che il mondo debba essere guidato da dei miliardari”, dice a un certo punto, “e che tutti gli altri debbano stare a guardare”. Per lei la risposta resta un’altra: “Bisogna resistere, non con le bombe ma con la cultura, con le idee e con le conquiste che abbiamo fatto in questi anni per la libertà”.

Le domande continuano e toccano anche i temi dell’identità e delle differenze. Nel dialogo entrano anche degli studenti del Cpia L’Aquila, il Centro provinciale per l’istruzione degli adulti. Il confronto diventa più ricco.

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Maraini parla di trauma e di come alcune esperienze restino dentro per tutta la vita. Il racconto incrocia anche L’Aquila e il terremoto del 2009, il crollo della Casa dello Studente.

E racconta di un gesto nato nei giorni delle tende quando c’era un servizio per la lettura, i libri venivano presi e poi restituiti: “anche sotto una tenda serve leggere e pensare” e serve anche ai più piccoli. Un dettaglio che racconta molto di una comunità.

“SENZA MEMORIA SIAMO DEI VEGETALI”

Il filo del discorso torna ancora alla memoria. La scrittrice ha invitato le nuove generazioni a resistere con la cultura e con la memoria : “È la memoria che tiene il passato e crea il futuro“. Arte e letteratura, aggiunge, aiutano a dare profondità alle cose e a riflettere sul modo in cui viviamo insieme. Se una rivoluzione è possibile, conclude, nasce dai movimenti e dalla partecipazione. “Viene dal basso”.

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