I libri e i giornali, le pubblicità per strada, quelle nei bar, la tv accesa in salotto. Siamo circondati da immagini, che non scegliamo.
Tutti noi abbiamo imparato ad orientarci nel mondo osservando. Abbiamo imparato a guardare (e a credere a quello che guardavamo) prima di imparare a mettere in discussione quello che vedevamo. Da bambini, il nostro sguardo si è formato prima del linguaggio, e ancor prima del pensiero critico.
Come fotografa, ogni volta che scelgo di scattare, sto scegliendo cosa mostrare e cosa lasciare fuori, come raccontare una storia. E ogni volta mi torna la stessa domanda…
QUANTO POTERE HANNO LE IMMAGINI?
L’Educazione visiva è costante, silenziosa e potentissima. Eppure raramente viene considerata per quello che è: un vero e proprio strumento pedagogico.
Sull’argomento abbiamo selezionato un paper di Marnie Campagnaro (Università di Padova) clicca qu
Intorno ai sei anni poi, succede qualcosa di interessante: l’immaginario visivo diventa una lente attraverso cui i più piccoli iniziano a definire ruoli, possibilità e identità. Parola, quest’ultima, che si porta dietro il tema degli stereotipi, in particolare quelli di genere.
DONNE CHE ASSISTONO, UOMINI CHE DECIDONO
In moltissime immagini che ci circondano, continuiamo a trovare bambine rappresentate in contesti di cura, ordine, delicatezza; bambini associati all’azione, alla scoperta, alla forza. Donne ritratte in ruoli di assistenza, uomini in ruoli decisionali. Scene che, prese singolarmente, possono sembrare neutre, ma che nel loro insieme costruiscono una narrazione molto precisa, giorno dopo giorno.
Facciamo una prova: scriviamo bambine sul motore di ricerca. Troveremo disegni o fotografie di bimbe vestite di rosa, con la gonna, le codine, mentre raccolgono fiori.
Se invece cerchiamo immagini di bambini, troveremo più facilmente un bimbo in bermuda di jeans e maglietta bianca, oppure col grembiulino azzurro, che gioca con le macchinine.

Si lavora con le immagini anche a scuola. La maggior parte delle rappresentazioni che circolano nei contesti educativi però, rimanda spesso ancora a modelli tradizionali. In molte scuole ci si interroga sui temi della parità, del rispetto e dell’inclusione. Con schede didattiche, cartelloni, libri illustrati, contenuti audiovisivi, ma il messaggio che arriva alla fine è limitato, dissonante, ripetitivo.
IL PUNTO NON È INDIVIDUARE IL COLPEVOLE
Le immagini non impongono comportamenti, eppure, in silenzio, suggeriscono quello che è “normale”, cioè quello che si vede più spesso e che è prevedibile. Se una bambina vede raramente rappresentazioni femminili legate alla scienza, allo sport competitivo o alla leadership, faticherà a pensare che potrà avere un ruolo in quei campi. Se un bambino non vede mai immagini di maschi che esprimono vulnerabilità o cura, imparerà presto a considerare certe emozioni come non appartenenti al proprio spazio.

Per questo bisogna investire tempo e risorse nell’educazione visiva, che dovrebbe entrare a pieno titolo nella riflessione pedagogica contemporanea. Non come disciplina separata, ma come competenza trasversale. Possiamo partire, nei laboratori a scuola o nei pomeriggi a casa, dal proporre immagini più varie, più aderenti alla realtà, meno stereotipate. Cercando su libri, sui giornali, oppure online, e poi salvando e stampando le stesse.
Si può iniziare a lavorare sulle immagini con domande di questo tipo, per separare la percezione dal giudizio:
- cosa/chi vedi? (e non che cos’è?)
- cosa sta facendo?
- manca qualcuno?
- potrebbe essere diverso?
In un contesto culturale saturo di stimoli visivi, questa è una competenza fondamentale. I nostri bambini crescono circondati da fotografie, video, illustrazioni, schermi ovunque. Se non li aiutiamo a decodificare ciò che vedono, saranno le rappresentazioni più ripetute a definire il loro immaginario. Se invece offriamo immagini plurali e strumenti per leggerle, avranno più libertà nel costruire la propria identità.
Non servono lezioni teoriche complesse. Serve abituarsi a osservare. A non dare nulla per scontato.
Chi lavora con le immagini – fotografi, editori, comunicatori – ha una responsabilità ulteriore. Ogni scelta visiva contribuisce a raccontare che tipo di infanzia consideriamo possibile. Continuare a riprodurre modelli stereotipati è semplice e rassicurante. Ampliare lo sguardo richiede consapevolezza, ma offre nuove possibilità.
Educare alle immagini significa, in fondo, educare allo sguardo e quindi educare il pensiero. E ogni immagine che decidiamo di mostrare è una piccola dichiarazione su come immaginiamo il futuro.
